"SPILLOVER": UN LIBRO CHE TI FARÀ VEDERE IL MONDO (E GLI ANIMALI) CON OCCHI DIVERSI

Qualche settimana fa ho preso in mano un libro che mi è stato consigliato da più parti, e devo dire che la lettura mi ha colpito nel profondo. Il titolo è "Spillover: L'evoluzione delle pandemie" di David Quammen. Se pensavate che le malattie come l'Ebola, la SARS o l'influenza aviaria fossero eventi isolati e casuali, questo libro vi farà ricredere.


Cosa significa "spillover"?

Il termine "spillover" si riferisce al salto di specie di un patogeno, ovvero il momento in cui un virus o un batterio passa da un animale selvatico all'uomo. Quammen ci guida in un viaggio affascinante e a tratti inquietante, esplorando luoghi remoti del pianeta, dall'Amazzonia all'Africa Centrale, per scoprire come e perché questi "salti" avvengono con una frequenza sempre maggiore.

Il libro non è un romanzo di fantasia, ma un'opera di giornalismo scientifico meticolosa e avvincente. L'autore ha intervistato scienziati, veterinari e virologi che dedicano la loro vita a rintracciare queste minacce invisibili. Ci racconta le loro spedizioni, le loro scoperte e le loro preoccupazioni, rendendo un argomento complesso incredibilmente accessibile. Quammen non si limita a elencare fatti, ma li contestualizza, mostrando come la deforestazione, il commercio illegale di animali selvatici e l'urbanizzazione spinta stiano creando le condizioni perfette per l'emergere di nuove malattie.


Perché è una lettura fondamentale oggi

Leggere "Spillover" dopo aver vissuto la recente pandemia di COVID-19 è un'esperienza particolarmente forte. Molti dei concetti e degli scenari descritti nel libro, pubblicato originariamente nel 2012, sembrano quasi profetici. Quammen aveva già delineato i meccanismi che hanno portato alla situazione che tutti conosciamo, dimostrando come la nostra interconnessione globale e il nostro impatto sull'ambiente siano i veri motori delle pandemie moderne.

Questo libro mi ha fatto riflettere su come la salute umana sia inestricabilmente legata alla salute degli ecosistemi e degli animali. Ci ricorda che siamo parte di un'unica, grande rete e che ogni nostra azione ha una conseguenza, anche se non la vediamo subito. È un invito a guardare al mondo naturale non solo come una risorsa da sfruttare, ma come un sistema complesso e fragile che va protetto.

Se cercate un libro che vi educhi, vi informi e vi tenga con il fiato sospeso, "Spillover" è la scelta giusta. È una lettura che non solo arricchisce la vostra conoscenza, ma vi spinge a riflettere sul nostro posto nel mondo e sulle scelte che facciamo ogni giorno.



Capitan Pess





L'ARTE DEL PERDONO: UN VIAGGIO IN 4 PASSI VERSO LA LIBERTÀ

Nella frenesia della vita moderna, è facile accumulare rancore e delusioni. Ci portiamo dietro pesi invisibili che ci impediscono di avanzare, legati a vecchi torti, aspettative deluse e ferite mai sanate. Eppure, per trovare una vera serenità e "guarire" in profondità, esiste un percorso che è tanto difficile quanto liberatorio: il perdono. Non un atto di debolezza, ma una scelta consapevole che ci restituisce la nostra pace interiore.

​Il testo che ho preso in esame suggerisce un viaggio di perdono in quattro tappe fondamentali. Ognuna di esse è un passo cruciale per liberarsi dal passato e aprirsi a un futuro più leggero.


1. Perdona chi ti ha dato la vita

​Il primo, e forse più complesso, passo è perdonare i nostri genitori. Sia che siano ancora al nostro fianco o che ci abbiano lasciato, il loro ruolo nella nostra vita è stato determinante. Hanno fatto ciò che potevano con le risorse e le conoscenze che avevano. Forse hanno commesso errori, forse non sono stati all'altezza delle nostre aspettative, ma ci hanno dato la cosa più preziosa: la vita. Restare aggrappati ai loro limiti ci imprigiona. Il vero atto di libertà è ringraziarli per ciò che hanno offerto e lasciare andare il resto, permettendo così a noi stessi di crescere al di là delle loro imperfezioni.


2. Perdona chi ti ha amato e se n'è andato

​Ci sono persone che hanno attraversato la nostra vita, ci hanno amato, ma per un motivo o l'altro non sono rimaste. Spesso, la fine di un rapporto porta con sé dolore e risentimento. Il secondo passo del perdono consiste nel liberare queste persone dal nostro rancore. Augurare loro pace e serenità non significa dimenticare il passato, ma accettarlo e smettere di tentare di riaprire porte che la vita ha già chiuso. Questa accettazione ci permette di chiudere un ciclo e di riacquistare la nostra energia per nuove relazioni e nuove opportunità.


3. Perdona chi ti ha ferito

​La terza tappa si rivolge a tutti coloro che, in modi diversi, ci hanno deluso o ferito: amici, estranei, colleghi. Questo tipo di perdono non richiede scuse o giustificazioni da parte loro. Non lo fai per loro, lo fai per te. Il tuo bisogno non è di una giustizia esterna, ma di pace interiore. Tenere il rancore è come bere del veleno sperando che a morire sia l'altra persona. Cancellare la "lavagna del rancore" ti permette di liberarti di un fardello emotivo pesante e di focalizzare la tua energia sul tuo benessere.


4. Perdona la persona più difficile: te stesso

​Infine, il passo più arduo: perdonare se stessi. Molto spesso, siamo i nostri giudici più severi. Rimuginiamo su errori passati, su decisioni sbagliate, su un "io" del passato che non sapeva agire diversamente. Il perdono di sé non è un atto di debolezza o di auto-assoluzione, ma una profonda presa di coscienza che ci permette di accettare la nostra imperfezione. Smetti di portare il peso degli errori commessi. Accetta che quella "versione" di te ha fatto del suo meglio in quel momento, e lascia che quel peso si sciolga. È solo così che potrai veramente progredire, con la consapevolezza che ogni errore è stato una lezione e non una condanna.

​Il perdono, in tutte le sue forme, non è un modo per giustificare chi ti ha fatto del male, ma un modo per liberare te stesso. È un regalo che fai alla tua anima, una dichiarazione che meriti di vivere senza l'ombra pesante del passato. Inizia oggi il tuo viaggio, e scopri la leggerezza che ti aspetta.


"Perdona gli altri non perché essi meritano il perdono, ma perché tu meriti la pace"



Capitan Pess





IL NUMERO PERFETTO È...NESSUN NUMERO! LA FILOSOFIA DEL NON CONTARE

C'è una saggezza antica, liquida e confortevole come un sorso di rosso in una sera d'autunno, racchiusa in una semplice frase:

“Anni, amori e bicchieri di vino sono cose che non si dovrebbero mai contare.”

Questa non è solo una citazione affascinante; è una vera e propria filosofia di vita, un invito a scambiare l'ossessione per la quantità con una profonda gratitudine per la qualità e l'esperienza pura. Ma cosa significa, in pratica, non contare queste tre pilastri dell'esistenza?


1. Gli Anni: Smettila di Misurare, Inizia a Vivere

Contare gli anni è un'abitudine che ci condanna a vivere con un costante senso di scadenza. A vent'anni pensiamo a cosa dovremmo fare prima dei trenta. A quaranta, facciamo i conti con le opportunità mancate.

Il punto è: la vita non è un conto alla rovescia.

Non contare gli anni ti libera dalla tirannia delle tappe prefissate. Ti permette di cambiare carriera a 50 anni, di imparare una nuova lingua a 60 o di innamorarti a 70, senza il peso del "è troppo tardi".

Contano i momenti. Contano i chilometri percorsi, le risate fino alle lacrime, i cieli stellati visti, le lezioni apprese. La tua età non è un numero sul passaporto; è la somma delle tue esperienze più autentiche.


2. Gli Amori: L'Archivio Non Serve

Quando si parla di amore, il conteggio diventa particolarmente insidioso. Quante relazioni ho avuto? Quanti mesi è durata? Confrontiamo i partner passati o ci preoccupiamo del numero di volte che il nostro cuore è stato spezzato.

Il punto è: ogni amore è un capitolo, non una statistica.

Non contare gli amori significa non sminuire un legame solo perché non è durato "per sempre". Ogni persona che è entrata nella tua vita lo ha fatto per insegnarti qualcosa su di te e sul mondo. Che sia durato una notte o un decennio, il valore risiede nell'intensità e nella verità di quell'esperienza.

Conta l'impatto. Conta l'empatia che hai sviluppato, il modo in cui sei cresciuto e la capacità di amare che hai ancora nel petto. L'amore è una risorsa rinnovabile, non un magazzino da svuotare.


3. I Bicchieri di Vino: Goditi il Presente

Il vino (o qualsiasi piacere della vita) è forse l'esempio più immediato. Siamo costantemente invitati a contare: le calorie, i grammi, la moderazione.

Il punto è: l'eccessiva contabilità uccide la gioia.

Non contare i bicchieri è un inno alla moderazione consapevole, non all'eccesso. È l'invito a smettere di bere meccanicamente e a iniziare a degustare davvero. Quando smetti di contare, ti concentri sul profumo, sul sapore, sul calore della conversazione. Sei nel momento presente.

Conta la compagnia. Un bicchiere di vino non è solo alcol; è un catalizzatore sociale, un modo per rallentare. La vera ricchezza è il brindisi, l'amico seduto di fronte a te, la risata che scoppia. Quello, e non il livello nel calice, è ciò che conta davvero.


In Conclusione: Vivere Senza Excel

La frase ci spinge a uscire dalla mentalità del bilancio contabile e ad entrare in quella dell'apprezzamento.

Nella vita, ciò che ha il valore più profondo è anche ciò che è più difficile da misurare: la gioia, l'amore, il tempo ben speso. Abbandonare la calcolatrice e abbracciare l'esperienza è il segreto per una vita ricca, non in termini di numeri, ma in termini di pienezza.

Quindi, la prossima volta che ti ritrovi a contare, fermati. Respira. E chiediti: sto vivendo questa esperienza o la sto solo catalogando?



Capitan Pess





"KAMIKAZE": LA CURIOSA ORIGINE E L'EVOLUZIONE DI QUESTA PAROLA

La parola "kamikaze" è entrata a far parte del vocabolario globale, ma la sua origine e il suo significato profondo sono spesso travisati e la sua storia è molto antica e complessa.


Il "Vento Divino" dei Mongolici

​Per comprendere appieno il termine, dobbiamo tornare al Giappone del XIII secolo. In due occasioni, nel 1274 e nel 1281, l'Impero Mongolo, sotto la guida di Kublai Khan, tentò di invadere il Giappone. Entrambe le volte, le loro imponenti flotte furono annientate da violente tempeste marittime, che costrinsero i mongoli a ritirarsi. I giapponesi interpretarono questi eventi come un intervento divino, un "vento divino" inviato dagli dei per proteggere la loro nazione. Fu così che nacque la parola "kamikaze" (神風), composta da due ideogrammi: kami (神), che significa "dio" o "divino", e kaze (風), che significa "vento".


La trasformazione del significato nella Seconda Guerra Mondiale

​Secoli dopo, durante la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone si trovò in una situazione disperata. Con l'avanzata delle forze alleate, i militari giapponesi decisero di adottare una tattica estrema per contrastare la superiorità tecnologica nemica. Nel 1944, l'ammiraglio Takijiro Onishi formò il Corpo d'Attacco Aereo Speciale Kamikaze.

​Questi piloti, armati di aerei carichi di esplosivo, si lanciavano contro le navi nemiche in attacchi suicidi. Il nome "kamikaze" fu scelto per evocare lo stesso senso di protezione divina e l'idea che, proprio come le tempeste avevano salvato il Giappone secoli prima, anche questi sacrifici estremi avrebbero potuto scongiurare la sconfitta. La parola, che originariamente simboleggiava un evento naturale benefico, venne così reinterpretata per descrivere un atto umano di sacrificio estremo.


​La parola "kamikaze" oggi

​Oggi, il termine "kamikaze" ha superato i confini del suo contesto storico e viene spesso usato in modo più generico per descrivere qualsiasi atto suicida compiuto per un obiettivo politico, religioso o militare. Si parla di "attentatori kamikaze" o "attacchi kamikaze" in riferimento a una vasta gamma di situazioni, perdendo spesso la connessione con la sua origine giapponese e la storia dei piloti della Seconda Guerra Mondiale.

​Questa evoluzione linguistica mostra come una parola possa cambiare radicalmente il suo significato nel tempo, riflettendo le trasformazioni culturali e storiche. Da un "vento divino" che salvò una nazione a una parola che evoca un atto di estremo sacrificio, "kamikaze" continua a essere un termine potente e spesso controverso nel linguaggio globale.



Capitan Pess 





SE L'UNIVERSO È INFINITO, COME FA AD ESPANDERSI?

Mi è capitato ultimamente di leggere questa frase sul web e l'ho trovata estremamente curiosa, tanto che ho provato a documentarmi e ad indossare la mia tuta spaziale per provare a scrivere nel modo più semplice come stanno le cose.

innanzi tutto questa domanda tocca uno dei concetti più affascinanti e controintuitivi della cosmologia moderna. Questa riflessione, che a prima vista può sembrare un paradosso, è in realtà un punto di partenza perfetto per spiegare come funziona l'espansione dell'universo.


Un universo infinito che si espande: il paradosso apparente

Se l'universo è infinito, come fa ad espandersi? A pensarci, è una domanda che sembra una contraddizione. Se qualcosa è già infinito, come può diventare "più grande"? Non c'è un "fuori" in cui possa espandersi. Questo è il punto cruciale che crea la confusione. Il problema sta nel modo in cui pensiamo all'espansione. Istintivamente, la visualizziamo come un'esplosione in un contenitore vuoto, con le galassie che si allontanano l'una dall'altra nello spazio. Ma questa analogia è fuorviante. L'universo non si sta espandendo "dentro" qualcosa. È lo spazio stesso che si sta espandendo.

Immagina un grande lenzuolo di gomma su cui sono disegnati dei punti che rappresentano le galassie. Se tiri il lenzuolo da ogni lato, i punti si allontanano l'uno dall'altro. Non si stanno muovendo sul lenzuolo, è il lenzuolo stesso che si sta allungando. Allo stesso modo, le galassie non stanno "viaggiando" nello spazio; lo spazio tra loro sta diventando più grande, portandole via. È come se lo spazio agisse come una pasta di pane che sta lievitando, e le galassie fossero le uvette distribuite all'interno. Le uvette non si muovono da sole, ma si allontanano l'una dall'altra man mano che la pasta lievita.


La matematica dell'infinito

La fisica moderna, in particolare la teoria della relatività generale di Einstein, ci suggerisce che lo spazio e il tempo sono entità dinamiche. Non sono un palcoscenico fisso su cui avvengono gli eventi. L'espansione non è un'espansione "nello" spazio, ma un'espansione "dello" spazio.

Questo concetto risolve il paradosso. L'universo può essere infinito e al contempo espandersi, perché non sta occupando un volume maggiore in un contenitore preesistente. Non c'è un bordo dell'universo, né un centro dell'espansione. Tutte le galassie, ovunque si trovino, "vedono" le altre galassie allontanarsi da loro.


Le due ipotesi: universo infinito o finito?

Nonostante la nostra attuale comprensione supporti l'idea di un universo in espansione, la questione se sia finito o infinito è ancora aperta. Gli scienziati non hanno ancora una risposta definitiva, ma ci sono due scenari principali:

Universo Finito: Se l'universo fosse finito ma senza confini, potremmo immaginarlo come la superficie di una sfera. Una formica che cammina su una sfera può muoversi all'infinito senza mai raggiungere un bordo. Se viaggiasse abbastanza a lungo, tornerebbe al punto di partenza. L'universo, in questo scenario, avrebbe un volume limitato ma sarebbe geometricamente curvo e "chiuso" su sé stesso.

Universo Infinito: Se l'universo fosse infinito, la sua espansione non implicherebbe che stia diventando più grande, ma piuttosto che la sua densità si stia riducendo, poiché la materia si distribuisce in un volume sempre maggiore. È un concetto difficile da visualizzare, ma matematicamente coerente.

Le nostre osservazioni attuali, basate sulla geometria dell'universo, sembrano indicare che l'universo è piatto o quasi. Un universo piatto, se si estendesse in tutte le direzioni, sarebbe necessariamente infinito.


In conclusione:

La domanda dal quale sono partito, non è solo legittima, ma tocca il cuore di uno dei concetti più difficili da comprendere della cosmologia. La risposta non è che l'universo si espande in qualcosa, ma che è lo spazio stesso che sta crescendo. L'espansione non è un'esplosione, ma un allungamento del tessuto dello spaziotempo, un processo che può avvenire anche in un universo infinito. È un'idea che capovolge il nostro modo intuitivo di pensare lo spazio e il tempo, e proprio per questo è così affascinante.



Capitan Pess






LA SFIDA HA INIZIO: TRAIL GRIGNE SUD, IL PRELUDIO DI UN'IMPRESA EPICA

​Ogni grande avventura ha un inizio. Non una data qualunque, non un allenamento blando, ma un momento preciso in cui si dichiara apertamente guerra all'impossibile. Per me, quel momento arriva questo sabato, e si chiama Trail Grigne Sud. Non è solo una gara, è il primo atto di un'epopea che culminerà il 3 luglio 2026, nella brutale e selvaggia Spartan Ultra di Morzine.

​Questa non è una passeggiata. Non ci sono ostacoli artificiali, muri da scalare o fango da attraversare. C'è solo la montagna, nella sua forma più cruda e spietata. Un percorso di circa 22 chilometri che si snoda tra salite che spezzano il fiato e discese che mettono alla prova i muscoli, per un totale di 1800 metri di dislivello positivo. Un dislivello verticale che richiede non solo gambe, ma un'anima d'acciaio.

​Il mio tempo stimato per completare questa prova sarà di circa quattro ore e mezza. Quattro ore e mezza di fatica, di respiro affannato, di paesaggi mozzafiato che quasi non si ha il tempo di ammirare perché ogni passo è un'agonia e ogni passo è una vittoria. Sarà un dialogo intimo con la montagna: un confronto diretto con la sua verticalità, con le sue rocce, con i suoi sentieri che non perdonano.

​Il Trail Grigne Sud non è un semplice allenamento. È il primo, vero banco di prova. È la gara che mi dirà a che punto sono, dove devo migliorare e quanto ancora dovrò migliorare. È la linea di partenza simbolica di una preparazione lunga, inpegnativa, che durerà quasi un anno. Un anno di sudore, sacrifici e dedizione, tutto finalizzato a una sola meta: conquistare la Spartan Ultra.

​Questo sabato, salgo su quelle montagne con un solo obiettivo: completare la mia missione e tornare più forte, pronto per il cammino che mi attende. Questa è la prima tappa. E l'epopea è appena cominciata. 

Seguitemi in questo viaggio.



Capitan Pess





PERCHÉ L'INTELLIGENZA NON TEME IL CONFRONTO: LO CERCA

L'intelligenza ha un segreto. Non ha paura di mettersi in gioco, di essere sfidata, di confrontarsi con idee diverse. Al contrario, lo desidera. Questo non è un segno di arroganza, ma di una profonda comprensione. La conoscenza non è statica: è un fiume in continuo movimento.

​Chi è veramente intelligente sa che le proprie idee non sono scolpite nella pietra. Le considera come un punto di partenza, un'ipotesi da testare. Il confronto non è una battaglia in cui uno vince e l'altro perde, ma un'opportunità di crescita. Un confronto costruttivo agisce come uno specchio, riflettendo i punti deboli della nostra tesi e permettendoci di rafforzarla o di accogliere una prospettiva migliore.


Il confronto come palestra mentale

​Pensiamo a un atleta che si allena. Non ha paura di affrontare avversari più forti, perché ogni sfida è un'occasione per superare i propri limiti. Per l'intelligenza, il confronto è la palestra definitiva. Esporre le proprie idee a un esame critico le rende più forti.

​Le critiche, se ben formulate, non sono un attacco personale ma una risorsa preziosa. Ti spingono a pensare in modo più profondo, a considerare angoli che non avevi visto. Chi evita il confronto, invece, si rifugia in una bolla di certezze. In questa bolla, le idee non evolvono e la mente si atrofizza.


Dalla paura alla curiosità

​Spesso, la paura del confronto deriva dall'insicurezza o dall'orgoglio. L'idea di avere torto può essere difficile da accettare. Ma l'intelligenza sa che avere torto non è una debolezza, ma un trampolino di lancio. Riconoscere un errore è un atto di coraggio e la prima fase dell'apprendimento.

​Se smettiamo di vedere il confronto come una minaccia e iniziamo a vederlo come un'indagine congiunta, possiamo trasformare le nostre interazioni. Non si tratta più di avere ragione, ma di capire meglio. Invece di dire "Hai torto", possiamo chiederci: "Cosa possiamo imparare da questo?".

​In definitiva, l'intelligenza non è la quantità di cose che sai, ma la tua capacità di apprendere. E il confronto è la via più rapida per farlo.



Capitan Pess





LE CORNA NEL ROCK: IL VERO SIGNIFICATO

Le corna, quel gesto iconico fatto con indice e mignolo estesi, sono uno dei simboli più riconosciuti nel mondo del rock e dell'heavy metal. Ma cosa rappresentano realmente? E da dove provengono? Se pensi che siano solo un segno di "metallo pesante" o ribellione, la storia è molto più ricca e complessa.


Le origini: un gesto scaramantico e apotropaico

Spesso associate a Satana o al demonio, le origini del gesto delle corna sono in realtà molto diverse. Il gesto, noto come "mano cornuta" o "malocchio" in alcune culture, è da secoli un gesto scaramantico usato per allontanare il malocchio e la sfortuna. In Italia, specialmente nel sud, è un gesto comune (con la mano rivolta verso il basso) per scongiurare la mala sorte o come segno di protezione. Le corna simboleggiavano l'animale che protegge, un talismano contro le energie negative.


Ronnie James Dio: l'uomo che portò le corna nel rock

Il gesto divenne il simbolo del rock grazie a Ronnie James Dio, l'indimenticabile frontman dei Black Sabbath e dei Dio. Fu lui a renderlo popolare negli anni '70, elevandolo a simbolo del genere. Ma perché lo usava? Dio ha sempre spiegato che il gesto non aveva nulla a che fare con il satanismo. Era un gesto che sua nonna, di origine italiana, usava per allontanare il malocchio. Per lui, il gesto era un segno di protezione e un modo per connettersi con il pubblico, un simbolo di energia positiva e di forza. Lo rese suo, una firma inconfondibile che ha plasmato l'iconografia del genere.


Il fraintendimento e la connessione con il linguaggio dei segni

Il successo di Dio e il suo carisma resero le corna un gesto onnipresente nei concerti. Tuttavia, la sua origine scaramantica fu spesso persa di vista. Complice la natura ribelle e trasgressiva del rock e del metal, il gesto venne erroneamente associato a culti satanici e a ideologie di rottura. Questa interpretazione errata fu rafforzata da band che usavano immagini demoniache nei loro testi e nelle loro performance, trasformando il gesto in un simbolo di ribellione e di sfida alle convenzioni.

Un altro punto di confusione nasce dalla sua somiglianza con il segno per "I love you" nella Lingua dei Segni Americana (ASL). Sebbene i due gesti sembrino quasi identici, le loro origini sono completamente diverse.

Il gesto delle corna nel rock ha il pollice ripiegato verso il palmo.

Il segno ASL per "I love you" ha il pollice esteso, insieme a indice e mignolo.

Nonostante la somiglianza, il gesto rock non deriva dal linguaggio dei segni, ma la coincidenza ha spesso alimentato un divertente equivoco.

Oggi, le corna sono un simbolo universale del rock. Vedrai fan di ogni età e di ogni genere musicale usarle nei concerti. Sono un modo per mostrare la propria appartenenza, per dire "sì, anch'io sono qui e amo questa musica". Nonostante le sue origini complesse e il fraintendimento che l'ha accompagnato, il gesto rimane un potente simbolo di libertà e di passione per la musica.

La prossima volta che alzi le corna a un concerto, saprai che non stai solo onorando la musica, ma stai anche partecipando a una tradizione che ha radici profonde nella cultura popolare. E forse, chissà, magari contestualmente starai anche allontanando un po' di malocchio.



Capitan Pess





"ANIMALI CHE SI DROGANO": QUANDO IL MONDO ANIMALE SI DA ALLA PAZZA GIOIA

L'erba gatta, le renne volanti e gli elefanti ubriachi

Amici lettori, se pensavate che il venerdì sera al pub fosse un'esclusiva umana, preparatevi a cambiare idea. Ho appena terminato un libro che mi ha fatto guardare il mondo animale con occhi diversi, o forse dovrei dire, con una certa invidia. Sto parlando di "Animali che si drogano" di Giorgio Samorini, e sì, il titolo è esattamente ciò che vi aspettate.

Dimenticatevi i documentari noiosi su come si accoppiano i pinguini. Qui si parla di vera vita selvaggia, di quella che si conclude con un'erba gatta inebriante o una bacca fermentata che ti fa vedere i colori dell'arcobaleno.

Samorini, un etnobotanico con un evidente senso dell'umorismo (e una vasta conoscenza della chimica), ci porta in un tour guidato nel lato "alternativo" della natura. Si scopre che le renne non solo trainano la slitta di Babbo Natale, ma a quanto pare si ingozzano di funghi allucinogeni per darsi una spinta in più. Gli elefanti, invece, non disdegnano un bel grappolo d'uva fermentata. E i gatti? Beh, l'erba gatta non è solo un passatempo carino, ma una vera e propria droga da party per i felini.

Il libro è un'esplosione di aneddoti che farebbero impallidire anche i nostri amici più "festaioli". Non c'è giudizio, solo pura e semplice, scientifica, curiosità. Samorini si chiede: perché lo fanno? Non è solo per "sballarsi", ci sono ragioni evolutive. C'è chi lo fa per curarsi, chi per socializzare e chi, semplicemente, perché è divertente.

Insomma, "Animali che si drogano" è un libro che si legge d'un fiato, tra una risata e l'altra, e vi farà guardare il vostro gatto con un sospetto in più la prossima volta che lo vedrete annusare una pianta. Se siete in cerca di una lettura leggera, divertente e curiosa, questo è il libro che fa per voi. 

È pur sempre scienza.

E chissà, magari vi farà venire voglia di organizzare un "aperitivo" un po' diverso la prossima volta che andrete in giardino.



Capitan Pess





VIII COMPAGNIA ARDITI

​Era il 19 settembre 1997. Non una data qualunque, ma il giorno in cui le nostre vite ci hanno restituito il nostro nome e cognome, dopo mesi in cui eravamo stati solo dei numeri, bersaglieri di Orcenico superiore in Friuli, la Compagnia Arditi

Ricordo ancora molto bene il rumore delle coperte e dei materassi piegati per preparare "il cubo", il profumo di lucido da scarpe per rendere neri degli anfibi erroneamente consegnati marroni che aleggiava nelle camerate e quell'odore di merda misto dentifricio che era tipico dei bagni della caserma. 

La divisa, che per mesi era stata la nostra seconda pelle, il 19 settembre era solo un vestito da riporre. Ma in quella caserma, tra le mura grigie e i cortili polverosi, non lasciavamo solo un anno della nostra vita. Io personalmente lasciavo un pezzo di cuore.

​La naja è stata la nostra prova del fuoco. Una scuola di vita che ci ha strappato dalle certezze della gioventù e ci ha catapultato in una realtà fatta di disciplina, sacrifici e notti insonni. Abbiamo corso fino a sentire i piedi in fiamme e cantato a squarciagola i "nostri"  inni come solo un bersagliere sa fare. Ma è stato lì, nella fatica condivisa, che è nato qualcosa di più grande: la fratellanza.

​Non avevamo la stessa provenienza (anche se fortunatamente eravamo tutti piuttosto vicini), le stesse idee o gli stessi sogni. C'era lo spavaldo e il timido, il ricco e il povero, lo sportivo e il pigro. Siano stati raggruppati e costretti a convivere, a conoscerci e a contare l'uno sull'altro, a diventare una cosa sola per affrontare le difficoltà. Abbiamo imparato a conoscere i difetti e le virtù di ogni commilitone, a condividere le confidenze più intime e a sostenerci a vicenda quando la nostalgia si faceva sentire.

Ho avuto la fortuna e l'immenso privilegio di conoscere (e continuare a farlo tutt'ora) dei ragazzi eccezionali.

Quel giorno, il 19 settembre 1997, non ho salutato dei colleghi, ho abbracciato dei fratelli. Con la promessa, forse sussurrata o semplicemente pensata, di non dimenticare mai quei legami forgiati in un'epoca irripetibile. 

La vita ci ha portato su strade diverse: chi ha intrapreso una nuova carriera, chi si è trasferito lontano e chi ha attraversato difficoltà impreviste.

Noi ci siamo ancora; i nostri ricordi sono rimasti immutati, come un battaglione schierato, pronto a rivivere ogni istante.

​E oggi, ventotto anni dopo, è il momento di onorare ancora una volta quella fratellanza. Di alzare idealmente un bicchiere a quei compagni di un tempo e che per mia fortuna ci sono ancora oggi, ma che rimangono un capitolo fondamentale della mia storia. Perché la vita militare, quella di fare il bersagliere in una caserma operativa, è stata una formazione che ci ha segnato per sempre, tanto da volermelo incidere sulla pelle.

Ci ha insegnato il valore del cameratismo, della forza d'animo e del senso del dovere.

​Oggi voglio ricordare il nostro congedo, ma soprattutto voglio ricordare la promessa di quel giorno: non dimenticare mai chi mi è stato accanto in questa grande avventura.

Bersagliere un giorno, bersagliere tutta la vita.

Vi voglio bene ragazzi, fratelli!



Capitan Pess





LA GIORNATA DELLA "PARLATA DA PIRATA"

Come ogni anno, il 19 settembre fa tremare i nostri legni!

​Amici, compagni di rotta, preparate i vostri uncini, le vostre bussole, i vostri cannoni e i vostri pappagalli! Il 19 settembre il mondo si trasforma in una ciurma scatenata per celebrare l'International Talk Like a Pirate Day. Non è una festa che troverete sul calendario, ma è una che vi farà sorridere, e non solo a denti stretti, corpo di mille balene!

​L'idea è semplice e geniale: per 24 ore, mettiamo da parte le buone maniere e la grammatica perfetta per abbracciare il vocabolario dei pirati. Addio "gira a destra", benvenuto "portami all'orizzonte". Dimentica "vuoi un bicchiere d'acqua?", e usa "perché il rum finisce sempre?". E, come se non bastasse, ogni frase che si rispetti deve finire con un fragoroso "Arrrr!".

​Ma perché questa giornata, nata per scherzo, è diventata una vera e propria tradizione globale? Forse perché ci offre l'occasione di liberare il nostro spirito avventuroso e cialtronesco e di rompere le regole. È l'occasione perfetta per diventare, anche solo per un giorno, quel che si desidera essere, come un bambino che indossa una benda e un cappello per giocare.


La Storia di una Giornata Scanzonata

​L'International Talk Like a Pirate Day ha una storia che merita di essere raccontata. Tutto iniziò nel 1995, in America, quando due amici, John Baur e Mark Summers, decisero di creare una giornata dedicata alla "parlata da pirata". Ma la loro avventura ebbe una svolta inaspettata quando un giornalista, Dave Barry, venne a conoscenza della loro idea e la diffuse sul suo giornale, il Miami Herald.

​Da quel momento, la nave salpò verso il successo. Sui social media, ogni anno, milioni di persone si uniscono al divertimento, condividendo foto, video e meme a tema. Le aziende non sono da meno, con campagne di marketing che ci fanno sentire tutti un po' più pirati, con un sorriso e una risata.

Allora mozzo, cosa diavolo stai aspettando? Domani, metti da parte la tua vita "terraiola" e abbraccia lo spirito del mare aperto. Parla come un pirata, ridi come un pirata, cerca i tuoi dobloni e prepara la tua voce. 

Oggi il mondo è il tuo oceano e tu sei il capitano della tua barchetta sgangherata; chiudi questo articolo, spegni il telefonino e vai a saccheggiare la giornata.

Dopotutto, il vero tesoro non è fatto di monete d'oro, ma delle avventure che scegliamo di vivere.

E ricorda sempre: il rum non è la soluzione, ma di certo aiuta!


"Il problema non è il problema. Il problema è il tuo atteggiamento riguardo al problema. Comprendi?"



Capitan Pess








LA MERIDIANA: L'OROLOGIO CHE SEGUE IL SOLE

Nell'era degli orologi digitali e degli smartphone che segnano l'ora esatta al millisecondo, la meridiana potrebbe sembrare un oggetto d'altri tempi, un semplice ornamento sui muri di vecchie case e piazze. Ma in realtà, questo antico strumento è molto più di un pezzo di storia. È un ponte che ci collega ai nostri antenati, i primi a tentare di misurare il tempo basandosi sul movimento più affidabile e potente che conoscessero: quello del sole.


Cos'è una meridiana e a cosa serve?

La meridiana, nota anche come orologio solare, è uno strumento che indica l'ora del giorno attraverso la posizione dell'ombra proiettata dal sole. Fondamentalmente, è composta da due elementi chiave:

Il quadrante: una superficie piana, che può essere orizzontale, verticale o inclinata, sulla quale sono disegnate le linee orarie. Spesso è realizzata in pietra, metallo o intonaco.

Lo gnomone: l'elemento che proietta l'ombra. Può essere un'asta, una lama o anche un semplice piolo, la cui inclinazione e posizione sono calcolate in base alla latitudine del luogo in cui si trova la meridiana. È proprio l'ombra dello gnomone a "muoversi" lungo le linee del quadrante, indicando l'ora.

La sua funzione principale, ovviamente, è quella di misurare il tempo. Un tempo era lo strumento più preciso a disposizione per l'uso quotidiano, prima dell'invenzione degli orologi meccanici. Oggi, pur non essendo più usata per la sua utilità pratica, conserva un valore inestimabile come testimonianza storica, scientifica e artistica.


Un salto indietro nel tempo: quando e da chi è stata inventata?

Non è possibile attribuire l'invenzione della meridiana a una singola persona. La sua evoluzione è il risultato di millenni di osservazioni e progressi scientifici in diverse civiltà. Le prime forme rudimentali risalgono a tempi antichissimi.

Le testimonianze più antiche di orologi solari provengono dall'Antico Egitto e dalla Babilonia, intorno al 1500 a.C. I primi "quadranti" erano semplici aste o obelischi la cui ombra veniva osservata per dividere il giorno in periodi.

I Greci, a partire dal VI secolo a.C., portarono un contributo fondamentale, introducendo principi geometrici e astronomici più sofisticati. Si pensa che il filosofo Anassimandro di Mileto abbia introdotto questo strumento in Grecia, affinandone la tecnica e l'accuratezza.

Successivamente, i Romani ne diffusero l'uso in tutto il loro impero, utilizzandole sia come strumenti pratici che come monumenti pubblici. Con l'avanzare delle conoscenze, anche gli astronomi e i matematici islamici nel Medioevo perfezionarono la costruzione delle meridiane, rendendole più precise e complesse.

In Europa, la meridiana rimase lo strumento di riferimento per la misurazione del tempo fino al XIV secolo, quando l'invenzione degli orologi meccanici segnò l'inizio di una nuova era.


Come si legge una meridiana?

Leggere l'ora su una meridiana è intuitivo, ma richiede attenzione a un dettaglio fondamentale: la posizione dell'ombra.

Trova lo gnomone: Individua l'asta o la lama che proietta l'ombra.

Segui l'ombra: L'ombra dello gnomone si muove da sinistra verso destra (nell'emisfero boreale) man mano che il sole attraversa il cielo.

Leggi le linee orarie: Le linee incise sul quadrante indicano le ore. L'ora è quella che corrisponde alla linea su cui cade l'ombra. Se l'ombra si trova tra due linee, puoi stimare i minuti con buona approssimazione.

È importante ricordare che la meridiana segna l'ora solare locale, che non sempre coincide con l'ora dei nostri orologi moderni (che usano il fuso orario e l'ora legale). Per questo motivo, potresti notare una differenza di diversi minuti tra il tempo segnato dalla meridiana e quello del tuo smartphone. Questa discrepanza non è un errore, ma la prova che la meridiana sta seguendo il ritmo autentico del sole, non quello convenzionale stabilito dall'uomo.

La prossima volta che ne vedrai una, fermati un istante. Osserva l'ombra che scivola lenta e silenziosa. Scoprirai che non è solo un modo per leggere il tempo, ma un invito a rallentare e a riflettere sul ritmo naturale del nostro pianeta.


Capitan Pess





"VA AVANTI": LA LEZIONE PIÙ GRANDE CHE LA VITA MI HA INSEGNATO

C'è una frase, semplice eppure potentissima, che racchiude in sé tutta la saggezza che ho accumulato negli anni. Una frase che mi ha accompagnato nei momenti bui e in quelli di luce, un faro che mi ha guidato quando la nebbia era fitta. Una frase che, in due sole parole, riassume la lezione più grande della vita: va avanti.

​Non si tratta di un invito a dimenticare il passato, né di una negazione del dolore o della gioia. È un'osservazione, un'affermazione, una verità ineluttabile. La vita, qualunque cosa accada, non si ferma. Il sole sorge ogni mattina, le stagioni cambiano, il fiume scorre verso il mare. E anche noi, con tutte le nostre paure e speranze, i nostri fallimenti e successi, dobbiamo farlo.


​Accettare il cambiamento

​Spesso ci aggrappiamo al passato come se fosse un'àncora di salvezza, rimanendo intrappolati in ciò che è stato. Che si tratti di un amore finito, di un lavoro perso o di un'occasione mancata, la tentazione di rimuginare è forte. Ma il passato è per definizione immutabile. L'unica cosa che possiamo fare è imparare da esso, prendere ciò che di buono c'è stato e accettare ciò che non tornerà più. L'unica direzione in cui possiamo muoverci è il futuro.


​Superare le difficoltà

​Ci sono momenti in cui il peso della vita sembra schiacciante. Il dolore, la delusione, la stanchezza ci fanno desiderare di arrenderci. È in questi istanti che la frase "va avanti" diventa una sorta di mantra. Non significa ignorare il dolore, ma affrontarlo. Non significa sorridere a tutti i costi, ma trovare la forza, anche piccola, per compiere il passo successivo. Ogni singolo passo, per quanto difficile, ci allontana dal luogo in cui siamo e ci avvicina a un futuro diverso.


​Assaporare il presente

​Paradossalmente, l'idea che la vita va avanti ci spinge a vivere con maggiore pienezza il presente. Ci ricorda che nulla è per sempre, né la felicità né la sofferenza. Questa consapevolezza ci incoraggia a essere grati per le piccole gioie, a non dare per scontati i legami che abbiamo, a cogliere le opportunità che si presentano. Il presente è l'unico momento che possiamo davvero vivere, l'unico che possiamo plasmare.

​"Va avanti" non è un consiglio, ma una legge della natura. È la spinta che ci porta a evolvere, a crescere, a diventare la versione migliore di noi stessi e a non restare fermi. Se c'è una cosa che ho imparato dalla vita, è che non si ferma mai. E, in fondo, questa è la cosa più bella.


Capitan Pess





IL PASSATO È UNA LEZIONE, NON UNA DESTINAZIONE

"Non perdere tempo a guardare indietro, non stai andando in quella direzione"

Quante volte ci troviamo a rivivere mentalmente momenti passati? Rimorsi, rimpianti, vittorie e sconfitte si affollano nella nostra mente, spesso immobilizzandoci. Guardare indietro è umano, ma fissarsi sul passato può diventare una trappola che ci impedisce di vivere pienamente il presente e di costruire il futuro.

Il passato è come lo specchietto retrovisore di un'auto. È utile per avere una visione d'insieme, per evitare pericoli e per capire da dove veniamo, ma non è il parabrezza. Se fissiamo solo lo specchietto, rischiamo di andare fuori strada.


Perché il passato può essere un peso

Spesso, l'eccessiva attenzione al passato si manifesta in due modi:

I rimpianti: Ci tormentiamo con "e se avessi fatto...", "e se non avessi detto...". Questi pensieri non cambiano ciò che è stato, ma prosciugano le nostre energie, impedendoci di agire nel presente.

La nostalgia paralizzante: Ci aggrappiamo a un "tempo che fu", idealizzando il passato e trovando il presente meno stimolante. Questo può renderci resistenti al cambiamento e incapaci di apprezzare le nuove opportunità.


Il passato come maestro

Invece di vedere il passato come un peso, possiamo trasformarlo in una risorsa. Ogni errore, ogni delusione, ma anche ogni successo, ci ha insegnato qualcosa. Hanno plasmato chi siamo oggi.

Gli errori diventano lezioni: Quel fallimento professionale ti ha insegnato a gestire meglio il rischio. Quella relazione finita male ti ha mostrato cosa cerchi in un partner.

I successi diventano trampolini: I traguardi raggiunti in passato sono la prova che sei capace di superare gli ostacoli. Ti danno la fiducia necessaria per affrontare nuove sfide.


Guarda avanti, il futuro è tuo

La frase "non stai andando in quella direzione" è un potente promemoria. La vita scorre in una sola direzione: in avanti. Concentrarsi sul presente è la chiave per sbloccare il futuro.

Sii consapevole: Pratica la consapevolezza, concentrandoti sulle azioni che puoi compiere oggi. Cosa puoi fare adesso per avvicinarti ai tuoi obiettivi?

Perdona e accetta: Perdona te stesso per gli errori del passato. Accetta che non puoi cambiare ciò che è successo, ma puoi imparare da esso.

Fai piccoli passi: Se il futuro sembra troppo grande, concentrati sul prossimo passo. Che sia un piccolo progetto, un nuovo hobby o una conversazione difficile, agire ti farà sentire in movimento.

Il passato è una parte di noi, ma non ci definisce. Possiamo onorarlo, imparare da esso e poi lasciarlo andare, con la consapevolezza che il nostro percorso si svolge qui e ora. È tempo di alzare lo sguardo e guardare la strada che hai davanti.


Capitan Pess 





LA MIA PASSIONE SEGRETA: IL LOCKPICKING COME HOBBY (E PERCHÉ DOVRESTI PROVARLO ANCHE TU!)

Quando sentiamo la parola "lockpicking", la nostra mente va subito a film d'azione, ladri con il cappello e scene notturne. Ammettiamolo, il fascino è innegabile. Ma oggi voglio parlarti di un'altra faccia di questa abilità, quella che mi ha catturato: il lockpicking come hobby. Sì, avete capito bene, sono un appassionato praticante e voglio sfatare qualche mito.

​Il lockpicking, per chi lo pratica per passione, non ha nulla a che fare con attività illecite. Al contrario, è un'arte, un puzzle meccanico e una sfida intellettuale. È un po' come risolvere un cubo di Rubik, ma con lucchetti e serrature. È un'attività che richiede pazienza, concentrazione e una grande sensibilità.


​Perché mi sono innamorato del lockpicking?

​Tutto è iniziato per caso e per curiosità. Ero ancora un ragazzo quando mi sono imbattuto in un video online e sono rimasto affascinato dal meccanismo interno di una serratura. Non avevo mai pensato a come funzionasse realmente. Ho scoperto che ogni serratura è un piccolo labirinto di perni e molle, e l'obiettivo del lockpicker è "sentire" e manipolare questi elementi fino a quando tutti si allineano, permettendo al cilindro di girare.

​L'emozione che si prova quando, dopo diversi tentativi, il cilindro scatta e si apre è indescrivibile. Non si tratta di forzare qualcosa, ma di comprenderne il funzionamento. È un dialogo tra me e il lucchetto, un test di abilità e precisione.


Lockpicking: un hobby etico e responsabile

​La prima cosa da chiarire è l'etica. La community di lockpicking è molto chiara su questo punto: si aprono solo serrature di proprietà, o con il permesso esplicito del proprietario. L'obiettivo non è mai quello di commettere reati, ma di imparare, di sfidarsi e di apprezzare la complessità dell'ingegneria che si nasconde dietro a oggetti di uso quotidiano.

​È un po' come un mago che svela il trucco. Conoscere il funzionamento delle serrature non mi rende un potenziale criminale, ma mi rende più consapevole della sicurezza, sia mia che altrui. È un'esperienza che mi ha insegnato l'importanza della prudenza e del rispetto.


Come iniziare?

​Se ti ho incuriosito e vuoi provare, il primo passo è procurarsi un set di attrezzi (un kit da principiante va benissimo) e un lucchetto trasparente (o una serratura da allenamento). Questi strumenti visivi sono fantastici perché ti permettono di vedere esattamente cosa sta succedendo all'interno, aiutandoti a capire il meccanismo.

​Ci sono tantissime risorse online, come forum e video su YouTube, che ti guideranno passo dopo passo. Non aspettarti di aprire una cassaforte al primo tentativo, ma con pazienza e pratica, sarai sorpreso dei risultati che potrai ottenere.

​Quindi, la prossima volta che guardi un lucchetto, non vederlo solo come un pezzo di metallo. Pensa a tutti quei piccoli perni che aspettano solo di essere scoperti e allineati. Chi lo sa, potresti scoprire anche tu la tua prossima grande passione!


Capitan Pess





L'EVOLUZIONE DI UNA PAROLA: DA NEGRO A INSULTO

Pochi giorni fa, ascoltando casualmente una nota canzone degli anni '60 (i Watussi) mi è scattato in testa un pensiero che poi è diventato una curiosità da colmare e che cercherò di sintetizzare in questo articolo.

Quando, come e perché la parola "negro" ha smesso di essere usata nel linguaggio comune per diventare una parola tabù, scomoda da dire e da sentire, un'offesa, un insulto?

La storia della parola "negro" è complessa e travagliata, un viaggio che inizia come un semplice descrittore di colore per trasformarsi, nel corso dei secoli, in uno dei più potenti e dolorosi insulti razziali. Comprendere questa evoluzione non è solo un esercizio linguistico, ma un passo cruciale per riconoscere l'impatto del razzismo sistemico e la violenza che le parole possono infliggere.


Radici e origini geografiche

​Il termine "negro" deriva direttamente dallo spagnolo e dal portoghese, dove "negro" significa semplicemente "nero". A sua volta, queste lingue lo hanno ereditato dal latino "niger", che aveva lo stesso significato. Questo legame etimologico è evidente in molte lingue romanze, dove la parola è spesso neutra e si riferisce al colore. Ad esempio, in spagnolo, una "camisa negra" è semplicemente una "camicia nera".

​Il problema sorge quando questo termine descrittivo viene applicato a persone in un contesto di schiavitù e colonialismo. Con l'espansione degli imperi spagnolo e portoghese nel XV e XVI secolo, la parola "negro" divenne l'etichetta usata per identificare gli schiavi africani. Questo uso iniziale, sebbene apparentemente descrittivo, iniziava a disumanizzare le persone, riducendole a una categoria basata sul colore della pelle e sulla loro condizione di schiavi, non sulla loro identità individuale o culturale.


Diffusione e carico di significato

​Quando il termine migrò in altre lingue e culture, in particolare nell'inglese americano, assunse una connotazione ancora più pesante. La parola "negro" (pronunciata "nìgro") fu usata per secoli negli Stati Uniti, non solo per riferirsi agli afroamericani, ma per definire una classe sociale inferiore e soggiogata. Era un termine radicato nella segregazione e nella sottomissione.

​Nel corso del XX secolo, soprattutto con l'affermarsi del Movimento per i Diritti Civili, la parola "negro" divenne il simbolo del disprezzo razziale. Leader come Martin Luther King Jr. e Malcom X combattevano non solo per i diritti civili, ma anche per la dignità e il riconoscimento, spingendo per l'adozione di termini più rispettosi come "black" e "afroamericano". Negli anni '60 e '70, l'uso di "negro" divenne rapidamente obsoleto e, per molti, un chiaro segnale di razzismo.


In Italia: un uso ambiguo e un'eredità coloniale

​In Italia, la storia della parola "negro" è altrettanto complessa. Per molto tempo, è stata usata in modo colloquiale, a volte senza l'intento esplicito di offendere. Tuttavia, questo non la rende meno problematica. L'uso noncurante di un termine così carico di storia rivela una mancanza di consapevolezza del suo profondo significato razzista a livello globale. Molti termini, anche se non usati con intenzionalità razzista, hanno un'eredità storica che non può essere ignorata. L'Italia, con il suo passato coloniale in Africa, ha un rapporto particolare con questa parola.

​La discussione moderna ha portato alla quasi totale scomparsa del suo utilizzo, sostituito da termini più appropriati e rispettosi come "persona di colore" o, preferibilmente, l'etnia specifica della persona (ad esempio, "nigeriano", "sudafricano", ecc.), o semplicemente il termine più inclusivo "persona".


Il potere delle parole

​L'evoluzione di "negro" da un semplice descrittore di colore a un insulto razziale è una lezione sul potere del linguaggio. Le parole non sono mai neutre: sono cariche di storia, contesto e potere. Il termine "negro" è un promemoria doloroso di come il linguaggio possa essere usato per deumanizzare e perpetuare la discriminazione. Scegliere di non usare questa parola non è solo una questione di "politicamente corretto", ma un atto di rispetto e di riconoscimento della storia e della dignità di milioni di persone.

​La prossima volta che senti o pensi a questa parola, ricorda il suo viaggio: da un semplice colore a un'arma di oppressione.


Capitan Pess 





COSTRUIRE IL TUO SUCCESSO: L'ARTE DELLE BUONE ABITUDINI

Ti sei mai chiesto qual è il segreto delle persone di successo? Spesso, non è un singolo evento straordinario, ma la somma di piccole azioni quotidiane, ripetute costantemente nel tempo. In altre parole, sono le loro buone abitudini.

​Le abitudini sono i mattoni della nostra vita. Sono azioni che compiamo quasi automaticamente, senza doverci pensare troppo. E proprio per la loro natura "automatica", hanno un potere immenso nel plasmare la nostra salute, la nostra felicità, le nostre finanze e la nostra produttività.

​Ma cosa rende un'abitudine "buona"? E come possiamo integrarla nella nostra routine in modo duraturo?


Perché le Abitudini Contano Così Tanto?

​Il famoso detto "siamo ciò che facciamo ripetutamente" riassume perfettamente l'importanza delle abitudini. Ecco perché sono così cruciali:

  • Creano slancio: Iniziare è spesso la parte più difficile. Una volta che un'abitudine è consolidata, richiede meno forza di volontà per essere mantenuta, creando un effetto a catena positivo in altre aree della vita.
  • Liberano energia mentale: Quando un'azione diventa un'abitudine, non dobbiamo più prendere decisioni attive su di essa. Questo libera preziosa energia mentale che possiamo dedicare a compiti più complessi o creativi.
  • Permettono il progresso graduale: I grandi obiettivi possono sembrare scoraggianti. Le abitudini ci permettono di fare piccoli passi coerenti ogni giorno, che nel tempo si sommano a progressi significativi.
  • Rafforzano la disciplina: Ogni volta che rispetti un'abitudine, stai rafforzando la tua disciplina e la tua fiducia in te stesso.

Come Costruire Abitudini che Durano: La Scienza Dietro il Successo

​Costruire buone abitudini non è solo questione di forza di volontà. Esistono strategie comprovate che possono aiutarti a rendere il processo più facile e più efficace.


​1. Inizia in Piccolo e Sii Specifico

​Vuoi iniziare a leggere di più? Non proporti di leggere un libro a settimana fin da subito. Inizia con 5 pagine al giorno o 10 minuti prima di dormire. Più l'abitudine è piccola e facile da iniziare, più è probabile che tu la mantenga. Sii anche molto specifico: invece di "fare esercizio", pensa a "fare 15 minuti di camminata veloce dopo cena".


​2. Collega la Nuova Abitudine a una Esistente (Stacking delle Abitudini)

​Il concetto di "stacking delle abitudini" è potentissimo. Individua un'abitudine che già fai regolarmente e aggancia la nuova a quella. Ad esempio:

  • ​"Dopo aver preparato il caffè mattutino, farò 5 minuti di meditazione."
  • ​"Dopo aver cenato, laverò i piatti e poi leggerò per 10 minuti."

​Questo crea un segnale chiaro e rende l'abitudine parte di una routine già consolidata.


​3. Rendi l'Abitudine Facile e Accessibile

​Elimina gli ostacoli. Se vuoi allenarti al mattino, prepara i vestiti da palestra la sera prima. Se vuoi mangiare più frutta, tieni una ciotola di frutta fresca a portata di mano sul tavolo. Rendi la scelta giusta quella più ovvia e semplice.


​4. Crea un Ambiente Favorevole

​Il tuo ambiente ha un impatto enorme sulle tue abitudini. Se vuoi smettere di mangiare snack non salutari, non tenerli in casa. Se vuoi leggere di più, metti un libro sul tuo comodino o sulla poltrona preferita. Progetta il tuo spazio per supportare le tue abitudini desiderate.


​5. Celebra i Piccoli Successi

​Non aspettare di raggiungere l'obiettivo finale per riconoscere i tuoi progressi. Ogni volta che rispetti un'abitudine, anche se è piccola, concediti un piccolo momento di gratificazione. Questo rafforza il circuito di ricompensa nel tuo cervello e ti incentiva a continuare.


​6. Sii Costante, Non Perfetto

​Ci saranno giorni in cui salterai l'abitudine, ed è assolutamente normale. La chiave non è essere perfetti, ma essere costanti nel riprendere. Se salti un giorno, non lasciarti scoraggiare. Riprendi il giorno dopo come se nulla fosse. L'importante è la traiettoria generale.


Esempi di Buone Abitudini per una Vita Migliore

​Ecco alcune aree in cui puoi concentrarti per costruire buone abitudini:

  • Salute Fisica: Bevi più acqua, fai 30 minuti di attività fisica al giorno, dormi 7-8 ore a notte, mangia una porzione di verdura ad ogni pasto.
  • Salute Mentale: Medita per 10 minuti al giorno, pratica la gratitudine (scrivi 3 cose per cui sei grato), riduci il tempo sui social media, dedica tempo a un hobby.
  • Crescita Personale: Leggi ogni giorno, impara una nuova abilità, ascolta podcast educativi, scrivi un diario.
  • Finanze: Risparmia una piccola somma ogni settimana, traccia le tue spese, pianifica il tuo budget.
  • Relazioni: Chiama un amico o parente ogni settimana, dedica tempo di qualità ai tuoi cari, esprimi apprezzamento.

​Costruire buone abitudini richiede tempo e impegno, ma è uno degli investimenti più proficui che tu possa fare per il tuo futuro. Inizia oggi, scegli una piccola abitudine e impegnati a mantenerla. Vedrai che, un passo alla volta, sarai in grado di costruire la vita che desideri.

​E adesso chiediti, qual è la prima buona abitudine che voglio iniziare a costruire da oggi? 


Capitan Pess





IL CORAGGIO DI ESSERE UNICI

Abbracciare la diversità in un mondo di conformismo.

In un mondo che celebra l'individualità, è un paradosso che molti di noi si sforzino di conformarsi. A scuola, in ufficio, sui social media, il desiderio di appartenere ci spinge a imitare gli altri, a seguire le mode del momento e a sopprimere le parti di noi stessi che ci rendono unici. Ma come recita la frase del tuo blog: "Non devi aver paura di essere diverso, devi aver paura di assomigliare a tutti gli altri".

Questa frase non è solo una provocazione, ma una profonda verità. La vera paura non è quella di spiccare, ma quella di perdersi nella massa. Quando ci conformiamo, rinunciamo alla nostra essenza, ai nostri talenti e alle nostre passioni. Diventiamo una copia sbiadita di qualcun altro, invece di essere l'originale che siamo nati per essere.


Il prezzo del conformismo

Il conformismo sembra una via più facile, una scorciatoia per l'accettazione sociale. Ma ha un costo molto alto. Quando sopprimiamo la nostra individualità, ne risentono la nostra creatività, la nostra autostima e la nostra felicità.

Perdita di creatività: le idee più innovative nascono dal pensiero laterale, da prospettive uniche. Se tutti pensiamo allo stesso modo, le idee nuove si estinguono.

Riduzione dell'autostima: se proviamo a essere qualcosa che non siamo, la nostra autostima si basa sull'approvazione degli altri. Se gli altri smettono di approvarci, crolliamo. La vera autostima invece nasce dall'accettazione di sé, che si costruisce quando siamo orgogliosi di ciò che siamo.

Infelicità cronica: vivere una vita che non è in sintonia con i nostri veri desideri porta a un senso di vuoto e insoddisfazione. La felicità duratura è il risultato della coerenza tra chi siamo e come viviamo.


Abbracciare la diversità

Essere diversi non significa necessariamente essere ribelli o eccentrici. Significa semplicemente essere te stesso, in modo autentico e senza compromessi. Significa accettare le tue peculiarità, i tuoi sogni e le tue imperfezioni, e celebrarle.


Come possiamo iniziare questo percorso verso l'unicità?

Conosci te stesso: prenditi del tempo per riflettere sui tuoi valori, sulle tue passioni e sulle tue inclinazioni. Cosa ti fa sentire vivo? Quali sono i tuoi talenti unici?

Abbraccia le tue "imperfezioni": ciò che vedi come un difetto, come una caratteristica che ti rende "strano", potrebbe essere il tuo superpotere. Le tue imperfezioni ti rendono unico.

Crea le tue regole: non seguire le regole solo perché "si è sempre fatto così". Metti in discussione le norme, le tradizioni e le aspettative che non sono in sintonia con la tua autenticità.

Il conformismo offre una falsa sicurezza, una comodità illusoria. La vera liberazione e la felicità più profonda nascono dall'accettare e celebrare la nostra unicità. La prossima volta che senti la tentazione di uniformarti, ricorda: il mondo non ha bisogno di un'altra copia, ha bisogno di te.


"Quando perdiamo il diritto a essere diversi, perdiamo il privilegio di essere liberi"


Capitan Pess





LA CRESCITA ESPONENZIALE: PERCHÉ ALCUNI LAVORI CI FANNO PROGREDIRE ED ALTRI NO

​Quando pensiamo al nostro lavoro, spesso lo vediamo solo come un mezzo per guadagnare. Ma se ci fermiamo a riflettere, ci rendiamo conto che non tutti i lavori sono uguali in termini di crescita personale e professionale. Alcuni ruoli ci spingono a migliorare costantemente, mentre altri sembrano offrirci poco più che una routine statica.

​Prendiamo l'esempio di un musicista. Dedicando otto ore al giorno, per anni, alla pratica di uno strumento, si diventa un virtuoso. Non si tratta solo di acquisire la tecnica, ma di sviluppare una comprensione profonda della musica, di affinare la propria creatività e di imparare la disciplina necessaria per raggiungere l'eccellenza. Questo tipo di lavoro è intrinsecamente esponenziale: ogni ora di pratica non si limita a sommarsi alla precedente, ma moltiplica le nostre capacità, creando una base solida da cui spiccare il volo. Le competenze acquisite si riversano in altri campi: la disciplina del musicista può essere applicata all'apprendimento di una nuova lingua, la creatività all'innovazione in un progetto di lavoro e la perseveranza al raggiungimento di qualsiasi obiettivo.


La Crescita Lineare vs. la Crescita Esponenziale

​Molti lavori, invece, ci offrono una crescita lineare. Pensiamo a un'attività ripetitiva in cui si eseguono sempre gli stessi compiti. Sebbene si possa diventare più veloci e precisi, non si acquisiscono nuove competenze e non si affrontano nuove sfide. Il tempo speso in questi lavori non moltiplica il nostro potenziale, ma si aggiunge semplicemente al totale. Dopo 30 anni, potremmo essere molto efficienti in ciò che facciamo, ma le nostre abilità e la nostra mentalità potrebbero essere rimaste le stesse di 30 anni prima. Questo è un lavoro che ci mantiene stabili, ma non ci permette di evolvere.


​Come Riconoscere un Lavoro a Crescita Esponenziale

​Non si tratta di sminuire nessun tipo di lavoro, ma di diventare consapevoli di come il nostro tempo viene impiegato. Un lavoro a crescita esponenziale ha le seguenti caratteristiche:

  • Apprendimento Continuo: Ti chiede di acquisire nuove conoscenze e abilità regolarmente.
  • Problem Solving: Ti sfida a trovare soluzioni creative a problemi complessi, invece di seguire istruzioni predefinite.
  • Sfide Costanti: Ti spinge fuori dalla tua zona di comfort, incoraggiandoti a superare i tuoi limiti.
  • Autonomia: Ti dà la libertà di esplorare nuove idee e di prendere decisioni, responsabilizzandoti.

​Riflettere su questi punti può aiutarci a capire se il nostro lavoro ci sta aiutando a crescere o se ci sta semplicemente mantenendo in uno stato di stallo. La consapevolezza è il primo passo per cercare opportunità che ci spingano a diventare delle persone migliori.


Capitan Pess





RIPARTE LA SCUOLA: È ORA DI COMPLICARSI LA VITA!

L'estate sta finendo. I ragazzi, con i piedi ancora sporchi di sabbia e il ricordo di notti passate a ridere, si preparano a varcare le porte della scuola. Ma non è solo un ritorno ai banchi, è un vero e proprio passaggio.

​La frase che mi risuona in testa in questi giorni è: “L'azione più del pensiero è la spada del giovane guerriero che, reduce da un lunghissimo periodo di addestramento protetto e controllato, ora per la prima volta affronta la realtà da solo; ed è ora di complicarsi la vita...”

​Per anni, li abbiamo visti crescere in una sorta di "addestramento protetto". Compiti, lezioni, esami... tutto all'interno di un sistema strutturato, con noi genitori sempre pronti a proteggerli, educarli e a indirizzarli. Era un po' come un'esercitazione in una palestra sicura, dove si imparavano le tecniche e le strategie. Ma ora, i nostri ragazzi non sono più solo allievi. Anno dopo anno stanno diventando guerrieri. E la loro arma non è più il "pensiero", la teoria, ma l'azione.

​Ogni scelta che faranno, ogni amicizia che coltiveranno, ogni difficoltà che supereranno (o non supereranno) sarà un'azione concreta che plasmerà il loro futuro. E questo processo, per quanto spaventi noi genitori, è fondamentale.


Perché "complicarsi la vita"?

​Sembra un controsenso, vero? Abbiamo sempre cercato di semplificare la loro strada, di eliminare gli ostacoli. Eppure, le battaglie più importanti si vincono solo affrontando le complessità.

  • Sbagliare è imparare: Solo agendo in autonomia i nostri ragazzi impareranno a rialzarsi dopo una caduta. Non possiamo sempre essere lì a spianare la strada. Lasciamo che facciano scelte sbagliate, che litighino con gli amici, che non superino un compito: è proprio in questi momenti che si costruisce la resilienza.
  • La vita vera è fuori dal manuale: A scuola si impara la matematica e la storia, ma la vita è fatta di relazioni, di emozioni, di imprevisti. "Complicarsi la vita" significa affrontare la complessità delle dinamiche sociali e personali, sviluppando l'empatia e la maturità.
  • L'autonomia è una conquista: Incoraggiamoli a prendere decisioni in autonomia. A scegliere il loro percorso di studi, a gestire il loro tempo, a risolvere i loro problemi. Questo li renderà responsabili e li preparerà per le sfide future.

Il nostro ruolo: Da scudo a faro

​Il nostro ruolo non è più quello di proteggerli con uno scudo, ma di essere un faro. Dobbiamo essere un punto di riferimento sicuro, un porto in cui tornare in caso di tempesta, ma non un'ancora che li tiene fermi.

​Lasciamoli sperimentare, lasciamoli osare, lasciamoli sbagliare. La scuola che sta per iniziare è un vero campo di battaglia, dove dovranno usare la loro spada, l'azione, per scrivere il proprio destino.

​Siamo pronti a vederli crescere? A vederli "complicarsi la vita" per diventare le persone straordinarie che sono destinate a essere? Io credo di sì. E il loro ritorno a scuola non è solo un nuovo anno, ma l'inizio di una grande avventura.


Capitan Pess 





MICROMORT: L'UNITÀ DI MISURA PER CAPIRE I RISCHI DELLA VITA DI TUTTI I GIORNI

Nel nostro continuo sforzo di vivere una vita più sana e più sicura, tendiamo a preoccuparci di rischi molto remoti, come attacchi di squali o incidenti aerei, mentre sottovalutiamo quelli che affrontiamo ogni giorno. È qui che entra in gioco il concetto di micromort.


Ma che cos'è esattamente un micromort?

​Il termine, coniato dal professore di statistica della Stanford University Ronald A. Howard, è una misura di rischio pari a una probabilità su un milione di morire. Sebbene possa sembrare uno zero quasi inesistente, aiuta a contestualizzare i vari rischi che si affrontano quotidianamente. A una persona di 20 anni, per esempio, un giorno di vita costa circa un micromort, a causa del rischio di fatalità di base.

​Qualche esempio concreto

  • Guidare l'auto: ogni 400 chilometri percorsi in auto aumentano il rischio di un micromort.
  • Viaggiare in aereo: percorrere circa 1.000 chilometri in aereo aggiunge un micromort al tuo rischio.
  • Fumare: due sigarette equivalgono a un micromort, evidenziando il rischio significativo del fumo.
  • Alpinismo: scalare l'Everest comporta un rischio di 37.936 micromort, a dimostrazione dei rischi estremi associati.
  • Vivere un giorno: Per una persona di 20 anni, il rischio di fatalità di base di vivere un giorno è di circa 1 micromort.

  • Donare il sangue: L'atto di donare il sangue ha un rischio di 0,001 micromort, il che lo rende incredibilmente sicuro.

  • Nascita: Un parto naturale comporta un rischio di circa 120 micromort, che sale a circa 170 micromort per un taglio cesareo.

  • Correre una maratona: La partecipazione a una maratona è associata a un rischio di 7 micromort.

  • Scuba diving: Ogni immersione subacquea (per un subacqueo con formazione) aggiunge circa 5 micromort.

  • Andare in bicicletta: Percorrere circa 16 km in bicicletta comporta un micromort.


Perché è utile?

​Il concetto di micromort ci aiuta a prendere decisioni migliori e più consapevoli, valutando i rischi in modo più razionale. Aumenta la nostra consapevolezza sulle scelte che facciamo e sui rischi che comportano.

​Tuttavia, è importante ricordare che il micromort non è una scienza esatta. È una stima che serve a mostrare in modo più intuitivo e diretto i rischi di ogni giorno, e non considera le differenze individuali, come lo stato di salute o l'età. Se da un lato un micromort ci aiuta a misurare e capire i rischi, dall'altro non dovrebbe sostituire il buon senso e il giudizio.

​Il concetto di micromort ci offre un modo per comprendere e affrontare il rischio con una nuova prospettiva. Ci aiuta a distinguere tra i rischi che meritano la nostra attenzione e quelli che non ne hanno bisogno.


Capitan Pess







PERCHÉ IL MALE CI AFFASCINA COSI TANTO?

​Ti sei mai trovato a fissare un notiziario che riporta un disastro, a fare zapping per vedere l'esito di un processo criminale, o a rallentare in autostrada per sbirciare i resti di un incidente? Non sentirti in colpa. Questo impulso, questo bisogno di consumare notizie cupe e tragiche che non ci toccano direttamente, è un fenomeno sorprendentemente comune e profondamente radicato nella psicologia umana. Ma perché il male, la tragedia e il dolore altrui esercitano su di noi un fascino così potente?


​La Ricerca di Sicurezza e Controllo

​Una delle teorie più diffuse è che la nostra attrazione per le brutte notizie derivi da un'innata necessità di sopravvivenza. Il nostro cervello è cablato per rilevare le minacce e, sebbene un incidente in un altro stato non ci metta in pericolo immediato, osservarlo ci permette di elaborare strategie per evitare scenari simili nella nostra vita. In questo modo, l'evento tragico diventa una sorta di lezione, un promemoria dei rischi che esistono e un'opportunità per rafforzare la nostra sensazione di sicurezza e controllo.

​Vedere che a qualcun altro è capitato qualcosa di terribile ci offre anche un senso di sollievo. Questo fenomeno è conosciuto come "benevolenza negativa" o "schadenfreude" (una parola tedesca che significa "gioia per il male altrui"). Non si tratta di godere della sofferenza, ma piuttosto di provare un sottile sollievo per il fatto che non siamo noi a subire quel dolore. È una rassicurazione che, nonostante i problemi quotidiani, la nostra vita non è così male.


​Empatia e Connessione Umana

​Nonostante l'aspetto apparentemente cinico, la nostra attrazione per le tragedie altrui è anche legata alla nostra capacità di empatia. Quando leggiamo di una catastrofe o di un crimine, ci mettiamo istintivamente nei panni delle vittime. Questo processo, sebbene doloroso, ci permette di connetterci con l'esperienza umana a un livello più profondo. Ci rende consapevoli della fragilità della vita e ci ricorda che, in qualsiasi momento, le nostre esistenze potrebbero cambiare radicalmente.

​Per alcuni, consumare questo tipo di notizie può essere quasi catartico. Ci permette di provare intense emozioni in un ambiente controllato, senza subire il vero trauma. È un modo per esplorare i limiti della nostra resilienza emotiva e per riflettere sulla condizione umana.


​La Curiosità e il Richiamo del "Proibito"

​Infine, non possiamo ignorare la nostra intrinseca curiosità. Il male, il macabro, l'inspiegabile attirano l'attenzione. Sono storie che si discostano dalla norma, che ci spingono a chiederci "perché?". A volte, l'attrazione per le brutte notizie è semplicemente una conseguenza del desiderio di comprendere l'incomprensibile. Vogliamo sapere cosa spinge le persone a commettere atti orribili, come si risolve un mistero o cosa accade dopo una grande tragedia. Le brutte notizie sono, in un certo senso, le storie più avvincenti e complesse che l'umanità ha da offrire, e la nostra curiosità innata ci spinge a non distogliere lo sguardo.

​La prossima volta che ti ritroverai a scorrere le notizie e a fissare un titolo che ti colpisce, non giudicarti. Fai un passo indietro e rifletti. Forse stai solo cercando di capire il mondo, di sentirti più sicuro o semplicemente di connetterti con un'esperienza umana universale. Il nostro fascino per il male non è un segno di debolezza, ma una parte complessa e affascinante della nostra natura.


Capitan Pess





TRA 0% E 100%: QUANDO LA VITA CI INSEGNA A VIVERE NEL MEZZO

Viviamo in una società che ama la precisione assoluta. Nelle materie scientifiche, questa certezza è fondamentale: un processo chimico ha una purezza del 99,9%, la temperatura dello zero assoluto è un dato definito, il successo di un esperimento è misurato con esattezza.

Ma la vita vera, quella che viviamo tutti i giorni, non ha la stessa precisione. È un territorio di sfumature, un'infinita scala di grigi che si estende tra il bianco accecante del "tutto" e il nero profondo del "niente".


La trappola degli assoluti: "mai" e "sempre"

Quando ci lasciamo andare a frasi come "non succederà mai" o "sarà sempre così", cadiamo in una trappola mentale. Ci convinciamo che la realtà sia statica, immutabile, prevedibile. Ma la vita ci insegna costantemente il contrario. Quel progetto che credevamo destinato al fallimento "non succederà mai" trova un inatteso spiraglio. Quella felicità che pensavamo "durerà per sempre" subisce una piccola crepa.

Non esistono condizioni eterne, e le persone non sono mai totalmente buone o totalmente cattive. Chi è oggi un amico fidato potrebbe domani rivelarsi diverso, e chi oggi è un avversario potrebbe sorprenderti. La vita, infatti, è un'orchestra di possibilità, non una singola nota.


La bellezza del "non c'è mai tutto e non c'è mai niente"

Questo è forse il concetto più liberatorio di tutti. In ogni situazione, per quanto difficile, non c'è mai niente da cui non si possa imparare o ripartire. Anche il fallimento più grande lascia dietro di sé una lezione preziosa, un pezzo di conoscenza che prima non avevi.

Allo stesso modo, anche nel momento di massimo successo e felicità, non c'è mai tutto. C'è sempre qualcosa che manca, un piccolo difetto, una sfida inaspettata. E questo non è un male, anzi. È ciò che ci tiene con i piedi per terra, che ci spinge a continuare a cercare, a crescere, a non dare nulla per scontato.


Vivere nel mezzo

Accettare che la nostra esistenza sia un viaggio tra 0 e 100, senza mai toccare gli estremi, ci libera da una pressione enorme. Ci permette di abbracciare la complessità, di vedere le persone e le situazioni per quello che sono veramente: un misto di pregi e difetti, di luci e ombre.

Invece di inseguire un'impossibile perfezione o disperare di fronte a un presunto "niente", possiamo imparare a camminare con equilibrio su questa linea sottile. Lì, in quel meraviglioso spazio che non è mai tutto o niente, si trova la vera forza di adattarsi, di imparare, e di vivere pienamente.


Capitan Pess





I MIEI EROI: DALL'ADOLESCENZA AD OGGI

MacGyver, Dylan Dog, Eric Draven, Philip Marlowe, Sir Arthur, Jürgen Klinsmann, John McClane, Aldo Rock

Ognuno di noi ha i suoi eroi, figure che ci ispirano, ci fanno sognare o semplicemente ci mostrano un modo diverso di affrontare la vita. Non parlo solo di supereroi con mantelli, ma di personaggi e persone che hanno lasciato un segno nel nostro percorso di crescita. Per me, questo viaggio è iniziato in adolescenza e mi ha portato fino a oggi, attraverso le gesta di MacGyver, le inquietudini di Dylan Dog, la giustizia oscura di Eric Draven, l'integrità cinica di Philip Marlowe, la perseveranza di Sir Arthur, l'energia di Jürgen Klinsmann, la resilienza di John McClane e la determinazione di Aldo Rock.


L'ingegno: MacGyver

​Iniziamo con il primo, l'eroe che mi ha introdotto al concetto di problem solving creativo: Angus MacGyver. Mentre i miei coetanei si perdevano dietro esplosioni e pugni, io ero affascinato da un uomo che, armato solo di un coltellino svizzero, una gomma da masticare e un'inesauribile conoscenza della fisica e della chimica (e un altro milione di nozioni), riusciva a uscire da ogni situazione.

​MacGyver mi ha insegnato che la vera forza non è nei muscoli, ma nell'ingegno. Mi ha trasmesso l'idea che, con le giuste conoscenze e un po' di creatività, si può risolvere qualsiasi problema, anche il più complesso. Non si trattava di distruggere, ma di costruire, di usare ciò che si ha a disposizione per trasformare una situazione complessa e cercare una via d'uscita.


L'inquietudine: Dylan Dog

​Subito dopo MacGyver, è arrivato l'indagatore di incubi per eccellenza: Dylan Dog. Con lui, il mio mondo è cambiato. Non c'erano più solo problemi da risolvere con la scienza, ma anche paure interiori, mostri nascosti nell'animo umano. Dylan mi ha mostrato il lato più oscuro e complesso della vita. La sua malinconia, le sue battute, la sua capacità di immedesimarsi nelle sofferenze altrui mi hanno insegnato che l'empatia è una forza potentissima. Nonostante la paura, Dylan non si tirava mai indietro, affrontando i demoni che gli si presentavano con un misto di ironia e coraggio. Mi ha insegnato che è umano avere delle debolezze, ma che l'importante è guardarle in faccia.


La giustizia oscura: Eric Draven

​Poi è arrivata l'icona della vendetta e del dolore, Eric Draven, il protagonista de "Il Corvo". La sua storia è un pugno nello stomaco: un'ingiustizia atroce che lo riporta dalla morte per ristabilire l'equilibrio. Draven non è un eroe luminoso; è l'incarnazione di una giustizia implacabile, nata dal dolore più profondo e dall'amore. Mi ha mostrato come anche nell'oscurità più totale possa esserci una forza motrice, una determinazione inarrestabile a cercare la verità e a ripristinare ciò che è stato ingiustamente strappato. La sua vendetta è intrisa di una malinconia poetica, che mi ha fatto riflettere sulla natura del dolore e sulla forza che si può trovare anche dopo la perdita più grande. È l'eroe che mi ha fatto capire che a volte, per guarire, bisogna affrontare ciò che fa più male.


L'integrità cinica: Philip Marlowe

​Tra le nebbie di Los Angeles e le ombre del noir, ho incontrato Philip Marlowe. Il detective di Raymond Chandler non è un eroe nel senso classico del termine. Non salva il mondo, non combatte mostri ultraterreni. Si muove in una realtà corrotta, dove la legge è spesso piegata e la moralità è un lusso per pochi. Eppure, in mezzo a quel marciume, Marlowe mantiene una bussola morale incrollabile. Le sue battute sarcastiche e il suo cinismo sono solo una corazza per proteggere un profondo senso di integrità e onore. Mi ha insegnato che si può lottare per la verità e la giustizia, anche quando si sa che non si vincerà sempre e che il prezzo da pagare è alto. In un mondo che tenta costantemente di corromperti, la vera forza sta nel rimanere fedeli a se stessi e ai propri principi, anche quando si è soli.


La perseveranza: Sir Arthur

​In quegli anni, la perseveranza ha avuto un nome e un cognome, o meglio, un'armatura e uno scudo: Sir Arthur, il prode cavaliere di "Ghosts 'n Goblins" e "Ghouls 'n Ghosts". Chiunque abbia affrontato quel gioco arcade sa di cosa parlo. Arthur era la quintessenza della resilienza videoludica: perdeva l'armatura al primo colpo, si ritrovava in mutande, ma continuava a combattere contro orde di demoni, scheletri e zombie. Morire e ricominciare era la norma, ma l'obiettivo di salvare la principessa era sempre lì. Arthur mi ha insegnato il valore dell'ostinazione, del non mollare mai, anche quando la sfida sembrava impossibile e il game over era dietro l'angolo. Una lezione preziosa, trasferibile ben oltre lo schermo di un videogioco.


L'energia e la grinta: Jürgen Klinsmann

​Durante quegli anni, anche il campo di calcio aveva il mio eroe. Jürgen Klinsmann non era solo un grande calciatore, ma per me, un simbolo di energia, di fair play e di grinta. Era un attaccante che correva, si tuffava e segnava. La sua determinazione e la sua lealtà, anche nei momenti più difficili con i tifosi, mi hanno insegnato che il talento va unito alla passione e al rispetto. Ha dimostrato che si può essere campioni non solo per le proprie abilità, ma per il modo in cui si affronta la competizione e per l'amore che si mette nel proprio lavoro.


La resilienza: John McClane

​Crescendo, la vita ha iniziato a mettermi di fronte a ostacoli più concreti. Ed è qui che è entrato in scena John McClane. L'eroe di Die Hard non è perfetto, non è un genio e non è particolarmente eccezionale. È un poliziotto stanco, imperfetto, che si ritrova sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma è proprio questa sua umanità a renderlo straordinario. McClane cade, si sporca, si fa male, ma si rialza sempre. La sua tenacia, la sua capacità di non mollare mai, anche quando tutto sembra perduto, mi hanno insegnato il valore della resilienza. Non si tratta di essere invincibili, ma di non arrendersi mai.


​La schiettezza e la fatica: Aldo Rock

​Infine, arriviamo all'oggi, a un eroe che non viene dalla fantasia, ma dalla realtà: Aldo Calandro, in arte Aldo Rock. Ho iniziato a seguirlo molti anni fa su radio deejay e la sua figura ha completato il quadro. Aldo Rock non ha poteri speciali, ma un dono ancora più raro: la sincerità brutale e una profondità disarmante. Pioniere del triathlon in Italia e atleta instancabile ancora oggi (nonostante non sia più "giovanissimo"), ha fatto della fatica, della sfida e del superamento dei propri limiti una filosofia di vita. Con la sua rubrica del venerdì mattina su Radio Deejay, e attraverso le sue pillole ovvero le sue "pappardelle" o il suo "diario di un uomo", mi ha spinto a non arrendermi, a rimettermi in gioco, a dare spazio alla mia parte più selvaggia e a dare un senso a ciò che faccio. I suoi argomenti, che spaziano dalle imprese sportive estreme alla motivazione, dalla ricerca del disagio alla disciplina, mi hanno sempre colpito. È una sorta di atleta zen della fatica, che insegna a guardare il dolore e la difficoltà non come ostacoli, ma come strumenti di crescita. La sua filosofia, basata sulla disciplina e sul rispetto per se stessi e per gli altri, è un richiamo costante a non perdere di vista ciò che conta davvero. Mi ha insegnato che per essere un eroe, a volte, basta essere se stessi, onesti e inarrestabili.


Eroi in evoluzione

​Guardando indietro, mi rendo conto che i miei eroi sono cambiati con me e io sono cambiato grazie a loro. L'ingegno di MacGyver, l'empatia di Dylan Dog, la giustizia dark di Eric Draven, l'integrità cinica di Philip Marlowe, la grinta di Jürgen Klinsmann, la resilienza di John McClane e la "sana ricerca dei limiti" di Aldo Rock non sono solo tratti di personaggi, ma ormai sono parti di me che ho cercato di coltivare nel tempo. Ognuno di loro mi ha lasciato un pezzo di strada e degli insegnamenti preziosi. E mi ricordano che gli eroi non sono solo quelli che salvano il mondo, ma anche quelli che ci aiutano a salvare noi stessi, un piccolo passo alla volta.


Capitan Pess





160-LUCI SUL PALCO, OMBRE NEL PRIVÈ: IL MIO DEBUTTO DA MANAGER NELLA MILANO NOTTURNA

Arrembaggio a Milano, tra tesori nascosti e taverne malfamate ​Ahoy, ciurma! Radunatevi attorno al barile di grog e aprite bene le orecchie...