Nel mondo Spartan esiste una strana specie di esseri umani. Quelli che, davanti a una distanza, non chiedono "Quanto ci metterò?" ma "Riuscirò a portarla a casa?". Quelli che non guardano il cronometro dei vicini, che non cercano di raggiungere chi gli corre davanti ma fissano dritto negli occhi il mostro che hanno dentro.
Io appartengo a questa folle tribù.
La "Vittoria" non ha un Podio
Nel circo Spartano, c’è chi vive per il podio, chi calcola i grammi di gel e chi lima i secondi su ogni ostacolo. Li ammiro, davvero. Ma la maggior parte di noi (forse) gioca a un altro sport. Per me, la "vittoria" non è la posizione in classifica. La mia vittoria è un dialogo (spesso urlato e confuso) tra me e il percorso.
Tra chi sono quando parto e chi sarò diventato quando arrivo (se arrivo).
È quel momento in cui le gambe dicono "Basta", i polmoni rispondono "Scherzi?" e la testa deve fare da arbitro in una rissa che sembra non finire mai. Vincere, per me, significa semplicemente rispondere alla domanda: "È alla mia portata?". E l'unico modo per scoprirlo è andare a vedere se ho posizionato l'asticella nel giusto livello oppure ho esagerato.
Filosofia del Fango: Io contro Me (e qualche Montagna)
Diciamocelo con franchezza: la sfida non è mai contro l’atleta che ci sorpassa in salita. Lui ha la sua battaglia, la sua storia, la sua missione e il suo obiettivo, io ho i miei, ognuno ha i suoi. La mia guerra è contro quel desiderio primordiale di fermarsi quando il dislivello diventa cattivo. È una sfida epica, quasi omerica, se non fosse che invece della tunica indosso calze a compressione e sono ricoperto di melma.
Non cerco la gloria davanti agli altri. Cerco quel brivido che provi quando il traguardo smette di essere un obiettivo e diventa una liberazione filosofica. L'ultimo passo del percorso.
Il percorso è lo specchio: ti mostra chi sei veramente quando sei stanco morto.
Prossima Fermata: L’Inferno di Morzine
A luglio si torna nel "tempio". Morzine. La Spartan Ultra.
Per chi non la conoscesse, non è una corsa: è un test di resistenza per l’anima. Ad un certo punto persino i santi del paradiso ti abbandonano.
Chilometri che sembrano infiniti, dislivelli che farebbero piangere un camoscio e ostacoli che sembrano messi lì apposta per farti dubitare delle tue scelte di vita.
Perché lo faccio? Perché l’asticella chiama. Perché quella montagna ha dei conti in sospeso con la mia forza di volontà e io sto ancora cercando di saldarli tutti.
Non aspettatevi tempi record o analisi tecniche. Aspettatevi un uomo che lotta contro la gravità, che ride in faccia alla fatica (o almeno ci prova) e che, alla fine, cercherà solo di capire il punto in cui dovrò riposizionare la prossima asticella.
Capitan Pess

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